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Comunicato Stampa
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Nomi sui citofoni, le dichiarazioni dell'On. Sasso alla Camera sono lo specchio di una politica che non costruisce, non governa e non risolve

25 Giugno 2026
•
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La riflessione di Marion Gajda, responsabile Politiche Migratorie e Inclusione CGIL Parma

Le parole pronunciate l'altro giorno dall'onorevole Rossano Sasso, esponente di Futuro Nazionale, alla Camera rappresentano uno dei punti più bassi raggiunti dal dibattito politico italiano negli ultimi anni.

Mentre milioni di famiglie fanno i conti con salari insufficienti, affitti insostenibili, liste d'attesa interminabili per un alloggio pubblico e un costo della vita sempre più elevato, un parlamentare della Repubblica decide di concentrare la propria attenzione sui nomi presenti sui citofoni delle case popolari. È difficile immaginare una dimostrazione più evidente della distanza tra certa propaganda e i problemi reali del Paese.

Secondo Sasso, il problema sarebbero "Omar, Mohamed e Abdul". Non la povertà crescente. Non l'emergenza abitativa. Non il degrado di molti quartieri popolari. Non l'assenza di investimenti. No: il problema sarebbero i nomi.

È la politica ridotta alla sua forma più povera e più vigliacca: individuare una categoria di persone, trasformarla in un bersaglio e indicarla come causa di problemi che hanno origini ben più profonde e complesse. Una strategia che non richiede competenza, non richiede soluzioni e non richiede risultati. Richiede soltanto la capacità di alimentare paure, sospetti e pregiudizi.

Eppure dietro quei nomi che qualcuno pronuncia con disprezzo esistono persone reali. Persone che ogni mattina si alzano per andare a lavorare, che pagano regolarmente le tasse, che rispettano le leggi, che mandano i figli nelle scuole italiane, che fanno impresa, che lavorano negli ospedali, nei trasporti, nell'edilizia, nella logistica, nella ristorazione e in decine di altri settori fondamentali per il funzionamento del Paese.

Molti di loro si sentono italiani, vivono da italiani, condividono i valori della Repubblica e contribuiscono ogni giorno alla crescita economica e sociale della nostra nazione. Altri hanno scelto l'Italia come casa e ne sostengono concretamente il sistema produttivo e il welfare con il proprio lavoro e con il proprio contributo fiscale. Senza il loro apporto, interi comparti dell'economia italiana avrebbero enormi difficoltà a reggere.

Ridurre queste persone a una caricatura costruita attorno a un nome o a una religione non è soltanto ingiusto: è profondamente offensivo. Ancora più grave è il tentativo di delegittimare chi si oppone a questa narrazione definendolo "filo-islamista" o "amico dei musulmani". È il linguaggio di chi non sa sostenere un confronto nel merito e preferisce distribuire etichette a chiunque non si allinei alla propria propaganda.

Difendere il rispetto delle persone non significa essere islamisti. Difendere l'uguaglianza dei cittadini non significa essere complici dell'estremismo. Difendere la dignità di chi viene discriminato non significa rinunciare alla legalità. Confondere deliberatamente questi concetti è un'operazione intellettualmente disonesta e politicamente irresponsabile.

C'è inoltre un aspetto che non può essere ignorato. Quando si inizia a dividere le persone in base ai nomi, alle origini, alla religione o all'appartenenza culturale; quando si suggerisce che alcuni cittadini siano meno italiani di altri; quando si alimenta il sospetto verso intere comunità sulla base della loro identità, si evocano pagine della storia europea che avremmo dovuto imparare a riconoscere e a respingere per sempre.

L'Italia repubblicana è nata proprio per superare le discriminazioni, le classificazioni etniche e le gerarchie tra cittadini. Per questo certi toni e certe semplificazioni non possono essere liquidati come semplici provocazioni: richiamano un modo di fare politica che appartiene alle stagioni più buie del Novecento, quando si cercava consenso indicando una minoranza come problema da combattere anziché affrontare le vere questioni del Paese.

La verità è che quando una forza politica smette di parlare di stipendi, lavoro, sanità, scuola e casa e inizia a parlare dei nomi sui citofoni, sta certificando il proprio fallimento. Sta ammettendo di non avere risposte ai problemi reali e di poter sopravvivere soltanto alimentando una guerra culturale permanente contro il diverso di turno.

Gli italiani meritano molto di più di questa propaganda. Meritano rappresentanti capaci di affrontare le questioni concrete con serietà, competenza e senso delle istituzioni. Non professionisti della divisione che, incapaci di produrre soluzioni, cercano consenso contando i cognomi e osservando i campanelli.

Le parole di Rossano Sasso non descrivono l'Italia. Descrivono una certa idea della politica: una politica che non costruisce, non governa e non risolve. Una politica che, in assenza di risultati da rivendicare, prova a trasformare il vicino di casa in un nemico e la convivenza in una minaccia. È una politica vecchia, sterile e pericolosa. Ed è giusto denunciarla con fermezza, senza ambiguità e senza alcuna indulgenza.

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