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Il Covid e la fuga dei lavoratori dei servizi educativi

16 Ottobre 2020
Una riflessione di Ruggero Manzotti, della segreteria FP CGIL Parma

"In queste settimane sono tanti le lavoratrici e i lavoratori dei servizi generalmente intesi come educativi, quali i servizi nei nidi e scuole d’infanzia, i servizi di supporto alla persona, i servizi di inclusione scolastica e in strutture, che decidono di dimettersi, di abbandonare quel lavoro che in taluni casi è stato “della vita”.
 
Le maglie allargate del sistema scolastico in questo anno terrificante hanno fatto in modo che vi fossero diverse possibilità di “entrare” nel mondo della scuola, con un contratto statale e in alcuni casi delle funzioni locali.
Molte educatrici e molti educatori, molti operatori dei servizi più disparati - lo dico con grande rammarico, da "addetto ai lavori" che ha lavorato per tanti anni come educatore nei servizi del territorio - hanno scelto di abbandonare contratti per la maggior parte a tempo indeterminato per esplorare un mondo, appunto quello della scuola, inevitabilmente affascinante, ma non certo privo di incognite legate ai percorsi personali di lavoro, perlomeno agli inizi delle carriere personali.
 
Ma non solo. 
 
Diverse scelte hanno virato verso differenti impieghi in altri settori o nei medesimi, ma con contratti sulla carta meno “stabili” dei precedenti, almeno nella durata di questi.
In alcuni casi si è cercato la possibilità di disoccupazione come ultima istanza possibile.
Sicuramente la maggior parte delle scelte provengono da ambizioni personali già precedenti e diverse dal lavoro che si svolge, a titoli conseguiti e mai sfruttati, a situazioni di cambiamento personale e lavorativo che coincide con i momenti della nostra vita.
 
Ma per molti non è stato così.
 
Molte e molti, invece, hanno compiuto queste scelte come se fossero vie di fuga necessarie per tornare a respirare, come se questo periodo per quanto difficile avesse però insita una possibilità, uno spiraglio di allontanamento da qualcosa che già prima non andava bene, di un avvicinamento a qualcosa di altro, che non si sa come sarà, ma sicuramente sarà diverso da prima.
 
Non è sicuramente un miraggio ciò che “acceca” questi lavoratori, ma è la fragile, tenue, complicata prospettiva di una stabilità, prossima o futura.
Questa situazione, ma più ancora ciò che ne è l’origine, porta inevitabilmente ad un impoverimento umano, di competenze, di esperienze per i servizi dove queste persone lavoravano.
 
Ecco, all’apparenza questa dinamica non ha nulla di apocalittico, ma è un segnale, è un campanello d’allarme. E i campanelli d’allarme debbono porre domande e considerazioni. Forse sarebbe interessante capire quale idee ci sono in campo per rivedere l’organizzazione di alcuni servizi, per non disperdere continuamente preziose competenze, una perdita che colpisce chi lavora e chi usufruisce di questi servizi.
 
Anche chi gestisce direttamente questi servizi si dovrà porre interrogativi necessari. Perchè a volte, sempre più spesso, si perde la “vicinanza” tra gestore sociale e lavoratore, perché in taluni casi il socio è numero da gestire e non risorsa da incentivare, perché si accetta un continuo turn-over di personale che inevitabilmente non può maturare, non può fidelizzarsi, non può strutturarsi per e nel contesto dove lavora.
 
Quindi in certe situazioni il cuore non basta più, la passione si affievolisce, i titoli specifici per quei lavori sudati e dannati diventano secondari. E qua prevale la sopravvivenza, la ricerca di quella stabilità perlomeno apparente di una vita e un lavoro normale. Dove per normale si intende un lavoro dove sai quel che fai, sai per chi lo fai e sai quanto vieni pagato.
 
Oggi le persone, anche i giovani, richiedono quel minimo di stabilità economica e lavorativa che sta alla base di una qualsiasi prospettiva di vita degna e decente.
Se arriveranno soldi al nostro paese, pochi o tanti, mi auguro che finalemente vengano messi dove serve, cioè dentro la vita quotidiana delle persone, dentro le loro difficoltà, dentro i loro drammi, che vengano messi per strutturare o meglio ristrutturare le basi per un lavoro dignitoso e una società degna di essere umana, stabilendo punti cardine e piattaforme di diritti sulle quali basare il miglioramento di tutti.
Si riparta dal lavoro, soprattutto in questo difficilissimo momento.
Ricordandoci sempre che o il lavoro è un buon lavoro o diventa dipendenza.
 
 
Ruggero Manzotti, segretario FP CGIL Parma

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